Associazione TAU Onlus
 

07 Gennaio 2003
CARI GIORNALISTI PIU' UMILTA', PLEASE
di Manuela Bartesaghi

 

 

Caro direttore, rinuncio a chiederti una rettifica dell'articolo di Ettore Colombo “La casa dei Gesù Bambini” (Vita n.1 gennaio 2003) perché occuperei metà del tuo giornale con smentite, correzioni, precisazioni eccetera.Ti concedo le attenuanti delle buone intenzioni nei nostri confronti.
Mi sembra più importante cogliere l'occasione per dirti quanto la realtà dell'handicap abbia bisogno di una categoria speciale di giornalisti, non eroi della penna ma umani dotati di sensori mentali e relazionali capaci di cogliere la realtà al di là dell'evidenza. Il tutto a servizio dell'informazione. E senza farne un caso personale, senza protestare per la mancanza di tatto e le buone maniere, quello che più ci ha delusi (e parlo al plurale perché è la reazione di tutti noi) è l'evidenza del trampolino mentale dal quale tutto l'articolo è partito. Stereotipi e pregiudizi: handicap uguale a sofferenza (ma se stavamo tutti bene!), dolore (e allora da dove veniva la serenità e l'umorismo?), mostri, deformità, sfiga (questione di gusti: noi li vediamo belli!).
E pensare che abbiamo aperto le porte al tuo giornale contenti e convinti che proprio Vita avrebbe fatto vedere i bambini per quello che sono, bambini appunto, bambini nonostante la diversità, bambini ben vestiti e ben curati, proprio perché prima di essere handicappati sono bambini. Con la loro dignità e i loro diritti.
Questo il nostro intento: provare ad aprire la mente, le menti, per andare al di là delle apparenze e far conoscere un mondo che non è quello che sembra. Ben diversa dall'apertura di una sottoscrizione che non abbiamo mai sollecitato. Trappola di vecchio stampo: costa meno fatica darci quattro soldi che entrare in relazione con bambini mostri, deformi, freaks. E non lo diciamo noi quattro gatti della Tau ma Franco Bomprezzi, proprio su Vita, sullo stesso numero, nell'articolo su Telethon. «Sacrificare sull'altare della raccolta fondi, utile e necessaria, anni di battaglie di comunicazione corretta sul valore delle persone con disabilità non è consentito a nessuno, neppure se l'errore avviene per fretta e in buona fede». Quanta fretta ha avuto il tuo giornalista di concludere, non in gloria, ma con l'invito a mettere mano alle tasche.
Certo, i nostri bambini sconvolgono anche perché non capiscono. Altro stereotipo: «Cogito ergo sum» e, di conseguenza, chi non cogita non è. Forse per questo lo stesso giornalista non si sarebbe mai sognato di dare del “deforme” o del “sofferente” proprio a Franco Bomprezzi, che sulla sua carrozzina vive benissimo. L'intelligenza acuta di Franco quasi ti fa dimenticare la sua diversità (e non dico “deformità”), ma Franco è tutte e due le realtà, intelligente e diverso. Al giornalista che aspettavamo volevamo chiedere di guardare al di là del suo naso. Certo che l'abbiamo preso per mano ma non per traghettarlo nel centro del dolore. Col ditino dei bambini gli abbiamo indicato la luna: ha visto solo il dito e per di più deforme.
La politica di Vita non è certo a favore del festival del buonismo. Perciò ci sorprende la descrizione della nostra casa, quasi fosse una soluzione marziana al problema. Quello che abbiamo cercato, invano, di mettere in evidenza è che abbiamo scoperto l'acqua calda, che questo è un modello facilmente ripetibile e ci auguriamo che ad altri venga voglia di fare altrettanto. Occasione mancata. E mancata è anche la percezione della filosofia di fondo: piccolo è bello. Piccola la struttura (che non ha ambizioni di case più grandi e di aumentare il numero dei bambini) piccolo l'obiettivo (non “salviamo”, non “curiamo” semplicemente ci prendiamo cura - che è tutt'altra cosa - di qualche bambino) piccole le ambizioni (essere un modello ripetibile da chiunque).
Occasione mancata per colpa di un altro pregiudizio: chi fa queste cose per forza ha incontrato Dio ed è una suora laica. È l'unico passaggio che ha fatto ridere la comunità: sono più avvezza all'incenso del buddismo tibetano che a quello della Santa Madre e mi si addice più il Kamasutra che il voto di castità. Ma se hai un pregiudizio grande come una casa in testa, questo non lo puoi vedere e allora giù a scrivere di catto-servizi e di mezze suore. Così la gente allergica al fumo delle candele scappa. Invece, qui in comunità girano tipi che non vanno all'oratorio, gente che fatica a genuflettere e a sgranare rosari. Girano tipi che davvero preferiscono questi Gesù Bambini a quelli di gesso del presepe. Dopo un po' di anni che accudisci i bambini forse arrivi anche a scoprire che esiste una “teologia dei pannolini” ma non è certo la prima cosa che appare.
Altro punto: il pubblico che legge. Un giornalista dovrebbe poterlo vedere con il grandangolo, ogni volta che scrive un pezzo. Vita non è letto solo dai fans di don Vitaliano ma per fortuna anche da tanti altri. Chi ha un figlio disabile, prima o poi, arriva a Vita. Ho ricevuto telefonate di mamme in lacrime, offese e ferite dal linguaggio usato nell'articolo.
No, caro giornalista, questo non dovevi farlo. Ci bastano le occhiate di traverso che la gente manda ai nostri figli. Ci basta il peso quotidiano della diversità. Ci bastano i tagli delle varie finanziarie. Non aggiungere peso a peso. Abbi almeno l'umiltà, quando entri in casa nostra, di toglierti i calzari (dei tuoi schemi mentali, della falsa vivacità del tuo linguaggio, della tua falsa modernità che vorrebbe chiamare le cose col loro nome) e, se proprio ti è scappato, di chiedere scusa, a caratteri cubitali.
Sappiamo poi che non tutti i lettori di Vita, per fortuna, abitano a Milano. E allora perché vedere solo le villette a schiera cancellate dalla nebbia, e il silenzio della campagna, fotografia tetra di un posto dove nessuno vorrebbe mai abitarci? Ritorna la filosofia della comunità: piccolo è bello. Solo nel piccolo di un paese di provincia potevamo aprire una casa come la nostra. Perché tutto è a misura d'uomo. Perché le relazioni sono più facili: con l'Asl, le amministrazioni, l'ospedale, il territorio, la gente, eccetera eccetera. Vuoi mettere l'anonimato in cui si vive a Milano e il fatto che qui, quando andiamo al mercato, tutti ci conoscono? Vuoi mettere l'elefantiasi delle istituzioni in una grande città e il fatto che qui, bene o male ci conosciamo tutti e ci diamo del tu? Caso mai qualcuno avesse voglia di avventurarsi sulla stessa strada è avvisato: meglio in provincia che in città. Anche questa è un'occasione che il tuo giornalista ha perso.
E infine, l'etica professionale. Non si usa più registrare per riportare alla lettera le interviste? Non si usa più verificare l'esattezza dei dati? Ti assicuro che se così fosse stato, l'articolo sarebbe totalmente diverso. Perché chi è stato dato per morto è felicemente seduto in poltrona a guardare i cartoni animati. A chi sono state contate tre orecchie è stato fatto il miracolo di riaverne due (anche se una, in effetti è leggermente fuori posto). E se fosse vero che il Comune ci ha pagato la ristrutturazione della casa, non avremmo più debiti. E se avessimo tanti medici e infermiere saremmo a cavallo. Maledetta approssimazione!
C'è un punto, poi, sul quale non transigo: il rispetto della privacy dei bambini. Gli accordi erano, per il tuo giornalista come per tutti gli altri, che cambiasse i nomi, non li rendesse riconoscibili, non scrivesse una riga sulla loro provenienza e sulle loro storie. Accordo violato. Privacy violata. E per di più insultata in nome del «ti sbatto il mostro in prima pagina». Educate questi rampolli della penna alle regole di base. Diciamo loro chiaramente che esistono dei limiti e dei vincoli che, se non rispettati, possono avere conseguenze legali. Ma diciamo anche che, al di là della legalità, deve prevalere il rispetto della persona, doppio rispetto se è un minore che non può difendersi.
Vita è un bel giornale. Non può permettersi di inciampare in stereotipi e pregiudizi.
So che nessun giornalista scrive senza il permesso del direttore, ma preferisco pensare che, per mille ragioni, tu non abbia letto l'articolo prima della pubblicazione.
Noi continuiamo a leggervi. Vi aspettiamo. Magari per riprendere il discorso.
Ciao.
Manuela Bartesaghi


La strada per l'inferno è davvero lastricata di buone intenzioni?

Cara Manuela, ti scrivo e non ti telefono, dopo quanto è successo, non certo per viltà, ma perché è ancora la scrittura il mezzo con il quale riesco a esprimere meglio tutto me stesso. E anche perché, comprensibilmente, avete indirizzato le vostre critiche direttamente ai direttori, e non prima a me come pure era lecito aspettarsi.
Cara Manuela, vorrei parlarti un po' di me (non te ne ho parlato affatto, quando ci siamo visti, ma questo fa parte del mio lavoro di giornalista) per farti capire quanto mi ha fatto male sapere che l'intera comunità di Tau-Arcene ha subito come un affronto l'articolo che ho scritto su di voi.
Non puoi neppure immaginare quanto fossi felice e orgoglioso di quell'articolo, che è piaciuto a tutti quelli (gli “esterni”, gli “ignoranti”, i “normali”) che l'hanno letto e che pure ci hanno scritto e telefonato, ma che soprattutto ha regalato tantissimo a me. Non lo scriverlo, ma il venire lì da voi, il conoscervi e l'incontrarvi. Sono venuto io, ad Arcene, perché garantivo uno sguardo «stupito e ingenuo», come mi disse il direttore. E, forse, «stupito e ingenuo», il mio sguardo lo è stato troppo. Ma come sono io, che (tanto per dirtene una) amo i bambini, ma ho frequentato solo e sempre quelli sani (nipoti, figli di amici, delle scuole) perché quelli malati, ricchi di difficoltà, strani mi mettono addosso ansie, paure, dolore. Ho vissuto troppo da vicino il dolore, nella mia famiglia, e in varie forme, per riuscire, ancora oggi, ad avvicinarmi ad esso, in modo sereno e con la mente sgombra, libera.
Il dolore, cara Manuela, qualsiasi dolore m'impressiona, mi spinge alla fuga, alla repulsione. E mi fa male. Non so accettarlo. E non solo perché pecco di vano orgoglio, egoismo sfrenato, pensieri vacui. Questo è quanto ho provato, questo è quanto ho scritto. Il resto sono, avrebbe detto un mio ex direttore, “technicalities”, minuzie minori. Compresi i miei errori materiali, presenti nell'articolo e di cui davvero chiedo scusa. Il fatto che non te l'ho dato da rileggere (non lo faccio mai, nego di solito la possibilità a chiunque), non è stata cattiva volontà, con te avevo deciso di farlo, credimi. Erano i patti. Evito di dirti, a questo punto, per giustificarmi, i tempi e le condizioni nelle quali l'ho scritto perché avrei potuto comunque scriverlo prima e riuscire lo stesso a fartelo leggere... Mammamia, quante sono le incomprensioni che evidentemente sono sorte tra noi in una pur lunga, intensa e partecipata conversazione di quasi mezza giornata.
Ho di certo equivocato e travisato, ecceduto e retorizzato quanto tutti i giorni avviene e realizzate con fatica, ma anche con visibile serenità, in quel di Arcene, ma questo sono io, con i miei difetti, le mie incoerenze, le mie incapacità. Soltanto, credimi, non solo non volevo recar danno a voi e ai bambini, ma volevo rendere loro un favore e un servizio: raccontarli con occhio diverso, ma attento e solidale. Evidentemente, non ci sono riuscito. Ti chiedo solo di credere non alla mia presunta “buona fede”, ma al desiderio sentito e profondo di servire e far conoscere una bella e ricca e gentile e delicata e toccante realtà come la vostra. Se non ci sono riuscito lo diranno i lettori. Per ora lo dite voi di Arcene e già questo mi basta per rendere più triste e inquieto un Natale di pace e serenità che agognavo da tanto.
Con immutata e sincera stima per quello che siete e per quello che fate e con profondo e caloroso affetto per la tua persona. Un caro saluto e augurio di buon Natale e felice anno nuovo a te e, se posso, visto le sensibilità che ho ferito, a tutte le operatrici e a tutti i bambini e le bambine di Arcene. Che non dimenticherò mai. Ciao,
Ettore Colombo


Quei gesù bambini di Arcene che non tutti capiscono
Ho letto l'articolo di Ettore Colombo su Vita del 3/1/2003 dedicato alla Comunità Tau. Le auguro solo di avere la fortuna di vivere in un paesino di campagna come Arcene, e di essere circondato da bambini come quelli della Tau che hanno una “bellezza” che non tutti riescono a vedere. Auguri di Buone feste.
Egidio Passera

Anno della disabilità, Vita ha iniziato male
Spettabile redazione, sono una vostra assidua lettrice indignata per l'articolo di Ettore Colombo “La Casa dei Gesù bambini” comparso sul numero 1 del 2003. Bel modo di iniziare l'anno dedicato alla disabilità!
Indignata per il linguaggio tra il burlesco e il pietistico, indignata per lo stereotipo “handicap uguale mostro” che credevo lontano dalla filosofia del vostro giornale. Indignata come ostetrica per la frase che cito testualmente: «Aisha, cui i medici hanno avuto la bella pensata di rompere per errore l'osso del collo» che si commenta da sola! Sarà mio dovere far conoscere questo articolo al collegio delle ostetriche.Permettetemi ora di rivolgervi due domande: a) che obiettivo vi siete posti con questo articolo? b) il giornalista conosce il significato delle parole che ha usato per trattare in maniera così grossolana un problema tanto delicato?
Una ex lettrice, Emanuela B.

I bambini della Tau come gli angeli di San Giuliano
Abbiamo letto l'articolo di Ettore Colombo sulla Comunità di Arcene e ci è piaciuto tanto, a tutti. Complimenti. Quell'articolo, a noi che abitiamo in Molise, ci ha ricordato i bimbi di San Giuliano e il dolore infinito e ripetuto, anche in questi giorni di festa, dei loro genitori. Attraverso il reportage ci è parso di conoscere da vicino gli sforzi di una comunità tanto lontana da qui eppure tanto vicina nella lotta e nel tentativo di far vivere e sorridere bambini e famiglie colpite dal dolore. È dura, qui in Molise, sapete? C'è poco lavoro, poche cose da fare, tante chiusure e ristrettezze mentali. Un saluto e un augurio a tutti voi. Vita è davvero un bel giornale , che ci piace e ci aiuta a crescere. Ciao.
Francesca e Michele, email

Arcene. ogni settimana un reportage così
Complimenti per il bellissimo pezzo sulla Casa di Arcene. Perché non cominciare “sempre” il nostro settimanale con uno speciale su una singola realtà del nostro mondo del volontariato? Con un servizio come quello di Colombo che coinvolga e commuova com'è successo a me e ai miei amici.
Renato Tubère, Torino


Per noi di Vita, un'occasione in più per imparare

La realtà? Basta raccontarla. Ma farlo non è semplice come dirlo. Soprattutto per chi fa il nostro lavoro di giornalista. Un mestiere in cui a tutta l'equivocità già insita nell'atto dello scrivere si aggiunge tutta la fretta e, spesso, l'approssimazione forzata che lo strumento, anche il settimanale, impone.
Di questa contraddizione ha sofferto anche il reportage con cui avevamo deciso di aprire lo scorso numero di Vita, il numero di Natale. Un servizio, quello di Ettore Colombo, su cui, come dimostra la collocazione in apertura di giornale, avevamo puntato molto, sia per la bellezza oggettiva dell'esperienza dell'associazione Tau di Arcene e della sua casa di accoglienza e cura, sia perché Colombo è giornalista dalla scrittura ottima ed efficace.
La quantità di reazioni (lettere, email, telefonate), molte quelle di chi si è sentito offeso nella sua sensibilità ed esperienza, ma altrettante quelle di chi ci ringrazia per il servizio e il racconto di un'esperienza così vitale, ci conforta nella scelta fatta. Certo, ci lascia più che amareggiati il constatare che proprio gli amici di Casa Tau si siano sentiti offesi dal reportage. Ma come, ci verrebbe da protestare, ma se ci siamo innamorati della vostra esperienza? Ma come è possibile, se persino un cinico collega ci scrive: «Pur seguendovi e conoscendo la puntualità e la professionalità dei vostri redattori, raramente mi è capitato di leggere un pezzo così articolato e coinvolgente su una realtà che ignoravo nel modo più assoluto. Complimenti, meno male che c'è ancora qualcuno che si sbatte per fare questo mestiere». Evidentemente, come ricorda qui a fianco Ettore Colombo, le buone intenzioni non salvano mai, anzi. Ed è impresa ardua mettere d'accordo tutti i lettori, soprattutto quando si toccano corde intime e delicatissime. Perciò, discutendo tra noi, abbiamo deciso di fare di questa apparente defaillance un'occasione di crescita ulteriore della nostra professionalità.
Manuela Bartesaghi scrive nella sua lettera: «La realtà dell'handicap ha bisogno di una categoria speciale di giornalisti, non eroi della penna ma umani dotati di sensori mentali e relazionali capaci di cogliere la realtà al di là dell'evidenza». Un invito che vogliamo prendere come un programma di lavoro e di formazione continua. Cominciando da queste due pagine di dibattito.
Giuseppe Frangi e Riccardo Bonacina